Attualità da questa area

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È molto semplice dare un’interpretazione sbagliata (Dimitri)

Rudolf Steiner era un ciarlatano o l’ultimo genio universale? A 150 anni dalla sua nascita, il clown Dimitri, che ha frequentato la scuola antroposofica, rende onore all’esoterico, filosofo e pioniere della coltivazione biodinamica. … >>

Ma stiamo scherzando?!

Von: Germogli

Alla redazione di Germogli è giunta una breve e accalorata riflessione del maestro Alessio Gordini della scuola Cometa di Milano riguardo a un articolo apparso a fine estate su un giornale a tiratura nazionale che faceva il punto in merito alle nuove proposte del mercato dei giochi tecnologici per bambini e al loro giustificato o meno uso e abuso. E volentieri pubblichiamo...

di Alessio Gordini


Leggo, in questi caldi giorni d’agosto, un articolo pubblicato da uno dei due maggiori quotidiani nazionali: un servizio speciale, a tutta pagina, sulla cosiddetta “Babytech”, la nuova frontiera di intrattenimento tecnologico per i più piccoli. Leggendo l’articolo non si può evitare di pensare che sia stato scritto per fare uno scherzo, o che sia uno di quegli sketch messi in scena per rappresentare, in modo parossistico, l’assurdità di un contesto particolare, nella fattispecie quello dei giochi per i bambini.…

Il titolo, “L’ultima svolta dei giochi”, promette un’appetitosa novità; ma è già dall’occhiello che iniziano i brividi: “L’intrattenimento per i più piccoli pensato per non soffocare l’immaginazione”. Per non soffocare l’immaginazione bisognerebbe non presentare alcuna rappresentazione esteriore, in modo che l’immaginazione sia lasciata libera di respirare autonomamente, con i propri tempi e le proprie immagini. Ma vediamo ora cosa intende più precisamente l’autrice dell’articolo. Nelle prime righe si chiarisce che si tratta di gadget (oggetti tecnologici) e app (solitamente programmi per smartphone e tablet) “soprattutto per intrattenerli ed educarli”, siccome “in estate, con tanto tempo libero a disposizione, l’esposizione agli schermi si moltiplica”. Strano, perché solitamente si dice che in inverno i bambini, non potendo fruire della compagnia degli adulti, che appunto non hanno tempo libero a disposizione, vengono messi più frequentemente davanti agli schermi. Comunque, secondo questa nuova versione dell’equazione che lega tempo libero ed esposizione agli schermi, accade che l’adulto, che ha più tempo libero a disposizione, impieghi questo tempo per mettere più spesso i propri figli davanti allo schermo. Ha senso? L’alternativa sarebbe che, ad avere più tempo libero a disposizione, sono i bambini; ma questa interpretazione non sembra affatto verosimile, poiché l’età massima dei bambini a cui si riferisce l’articolo è otto anni. Come se a tre, cinque, sei, e otto anni, non si avesse sempre tanto tempo libero a disposizione. Premetto che con questo mio articolo non intendo affatto criticare l’autrice dell’articolo, bensì il suo contenuto. Sono convinto che l’autrice dovesse solo promuovere alcuni di questi prodotti tecnologici, come spesso accade su quotidiani e riviste, e che l’abbia fatto in completa buona fede, senza alcuna intenzione di promuovere la bontà di questi giochi rispetto ai bisogni educativi dei bambini. Continuiamo. Si parla di “poche regole”, prima tra tutte quella dettata da un docente universitario di Teoria e tecniche dei nuovi media e Tecnologie didattiche e autore di alcuni testi che trattano di bambini e tecnologie: “I genitori dovrebbero essere sempre al fianco dei loro figli quando usano la tecnologia, fino ai 13-14 anni, e non lasciare che faccia da babysitter”. La seconda è “Lasciare spazio alla creatività, non soffocare la loro immaginazione con app o giochi sbagliati”. Parole d’oro e tanto di cappello, fin qui, al docente citato. L’autrice dell’articolo interpreta queste parole proponendo diversi giochi, primo tra tutti un gioco prodotto da un progetto in crowdfunding (1,6 milioni di dollari raccolti sul web), grazie al quale “i bimbi dai tre anni in su possono imparare a programmare grazie a un robottino di legno, una consolle con sedici blocchi colorati (ognuno corrispondente a un comando) e una mappa. Nessuno schermo. Basta mettere in sequenza i blocchetti per far muovere Cubetto sul tracciato”. Ora, ripetendo per l’ennesima volta qualcosa che su questa rivista (Germogli, ndr) è stato già ribadito in tanti modi, un bambino di tre o quattro anni si formain base alle esperienze che compie: ogni cosa che percepisce o che compie è formativa per il suo carattere, i suoi sensi percettivi, il suo modo di pensare, di agire, di vivere sentimenti e perfino per i suoi organi interni. Cos’è più formativo in assoluto, a quell’età? La compagnia di un adulto che compie azioni sensate, per sé, per il bambino stesso e per la famiglia. Azioni concrete. Ma soprattutto è formativo il rapporto con l’adulto di riferimento. Pensiamo quanta distanza vi sia tra la mamma e un giocattolo del genere. Oppure tra una bambola, di quelle fatte a mano dalla mamma, con tanta cura e tanto lavoro (o anche di quelle fatte con un fazzoletto annodato) e un gioco del genere. La differenza sostanziale sta nella natura del pensiero suscitato dal gioco. Nel caso della bambola fatta con tanto lavoro, il bambino ha in braccio un oggetto che rappresenta se stesso; e il bambino, nel gioco, rappresenta la mamma: la mette a letto, la calma quando piange, la nutre, la veste, la fa addormentare e così via. Si comporta da essere umano con quella che per lui è un altro essere umano. Quale tipo di pensiero regge questa attività? Un pensiero del tutto mobile, libero, vincolato solo dalla natura dell’essere umano, e quindi enormemente libero, un pensiero imperniato sul fatto di prendersi cura di un altro essere umano. Nel caso del gioco babytech, invece, abbiamo un sistema combinatorio: le possibilità sono limitate, ma soprattutto, dal punto di vista del pensiero, del tutto equivalenti! Che la combinazione sia giallo-rosso-verde-blu, o qualcos’altro, dal punto di vista del processo di pensiero non fa alcuna differenza. Nessuna! E che senso ha, il gioco, per un bambino di 4 anni? Cos’è quel robottino rispetto a ciò a cui si rivolge con quella che Steiner definisce “religiosità naturale”, e quindi l’essere umano che si prende cura di lui? Evito di rispondere. Quel gioco elettronico, fin da subito, è destinato a far scoprire al bambino che il robottino agisce in base alle combinazioni di colore, e sempre con lo stesso criterio. Non è un gran risultato se pensiamo alla varietà di scoperte ed esperienze che il bambino fa soltanto quando taglia le zucchine insieme alla mamma, oppure quando “semplicemente” gioca a cucinare o con la propria bambola. Il maggiore risultato pedagogico nel caso di quel gioco babytech, e lo dico senza ironia, è solo dato dall’insieme di percezioni sensorie che il bambino fa con gli oggetti del gioco che, per fortuna, sono di legno. Purtroppo, le posizioni in cui mettere gli oggetti sono limitate; e purtroppo gli adulti intorno a lui faranno grandi applausi quando il bambino userà le combinazioni giuste, o le varierà in base alla logica del robottino. In questo modo gli faranno spostare l’attenzione su un contenuto del tutto astratto, limitato e non umano (la natura combinatoria e astratta del gioco, appunto). A rincarare la dose di incompetenza dell’articolo ci pensa il fondatore dell’azienda che produce il gioco. Intervistato, afferma: “Ho avuto l’ispirazione quando è nato mio figlio. Imparare a programmare da piccoli è fondamentale, ma deve essere divertente”. Adesso io vorrei che provasse a spiegare perché imparare a programmare da piccoli sia fondamentale, per vedere qual è la visione (perché sicuramente c’è una certa immagine) dello sviluppo del bambino. Come se non bastasse l’articolo aggiunge, a fugare gli ultimi dubbi sulla bontà del gioco, che in questo progetto hanno investito la sorella di Mark Zuckerberg (fondatore di Facebook) e il co-fondatore di un sistema di base per la creazione di oggetti elettronici. L’articolo spiega che questo gioco si basa sullo stesso principio di un computer modulare da costruire a casa o sui mattoncini elettronici con varie funzioni che si connettono tramite calamite. Tutta la stessa roba: sistemi combinatori senza alcuna possibilità di stimolare un pensiero creativo. Logica e nient’altro, che, come diceva Einstein, “va da A a B”, mentre, prosegue la frase del celebre fisico, “l’immaginazione va ovunque”. A chiusura dell’articolo torna il docente universitario: “App e giochi che invitano a fare qualcosa sono più interessanti di quelli che obbligano a un’azione di stimolo e risposta. Per i più piccoli, dai 3 ai 6 anni, sono consigliati quelli che aiutano l’esplorazione dello strumento che hanno in mano, di solito uno schermo touch”. Quindi per il docente va benissimo che un bambino di 3 anni giochi con app e giochi sul computer. Evidentemente per lui non fa differenza se il bambino ha in mano una bambola o un tablet, l’importante è che il bambino sia stimolato a esplorare ciò che ha in mano. Da cosa è stimolato, nel caso della bambola? Dalla propria immaginazione. E nel caso dello schermo? Dallo schermo! E, perseverando, l’autrice si aggancia a queste parole per promuovere un pupazzetto di peluche, nel quale si infila lo smartphone, il cui schermo visualizza ciò che dovrebbe essere il volto del peluche. Così il peluche “si trasforma in giocattolo interattivo” e, meraviglia, “invita a esplorare l’armadio come se fosse una caverna e ascolta i comandi del bambino. Parla anche italiano ed è indicato dai 4 agli 8 anni”. Quindi, secondo l’autrice una bambola, in mano a un bambino, non è interattiva. Eppure il bambino la mette a dormire, le fa mangiare tutta la pappa, la ascolta e, spesso, la culla dolcemente per farle passare il mal di pancia. Davvero siamo così lontani dal comprendere quel che sperimenta un bambino per rimanere storditi da un’app dello smartphone che scimmiotta malamente, e in modo ripetitivo, ciò che accade nell’immaginazione del bambino? E in più proponendogli tutto il contenuto immaginativo dall’esterno e in forma limitatissima, così da spegnere del tutto quel briciolo d’immaginazione che resiste a questi prodotti commerciali? Sembra di sì, perché l’autrice prosegue imperterrita con altre trovate tecnologiche: per esempio, sempre per lo smartphone c’è un’app che “permette di fare il bagno a un cucciolo virtuale di rinoceronte”. Sembra di sentire un coro di urla festose: “Finalmente!”. L’articolo si conclude con un’altra affermazione del docente universitario: “Se in compagnia di adulti, dai 6-7 anni si può giocare a Minecraft, una forma di Lego digitale. Ricordandoci però l’ultima regola: Meglio limitare a non più di due, massimo tre ore al giorno l’esposizione allo schermo. Anche d’estate”. Ma stiamo scherzando?!?

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